Un lanificio, un mulino originario del 1300. Il desiderio di recuperare la bellezza di una tradizione passata e farne il punto di partenza dell’azienda moderna. A Vittorio Veneto, vicino al fiume Meschio, antica fonte di energia idraulica per tutti gli opifici della zona, si trova il Lanificio Bottoli. Dal 1861 nessun colorante, nessuna tintura hanno intaccato il paesaggio della cittadina veneta, «seconda solo a Siviglia in Europa per forgiatura di spade nel Medioevo», racconta Roberto Bottoli, la quinta generazione alla guida dell’azienda di famiglia. «Ci sono tantissimi aneddoti che legano il mulino del ‘300 alla nostra attività», spiega.

La storia del Mulino, che oggi custodisce l’archivio dell’azienda, inizia tra rilievi catastali veneziani del 1300 come “follo per i panni”, «poi dal 1500 si ritrova negli estimi di Serravalle (oggi zona settentrionale di Vittorio Veneto, ndr). Nel 1556 il “follo” faceva parte del convento delle monache, le quali lo davano in affitto.  A condurlo all’epoca c’era una persona che nei testi si ritrova con il nome di Mattia Follador», continua Bottoli. La follatura (feltrimento) dei panni richiedeva anche una “chiodera”, attrezzatura metallica sui cui si stendevano i tessuti ad asciugare. «Il follo era un punto di raccolta per tutte le donne e casalinghe che usavano la lana pedemontana». Nel 1705 il mulino passa di proprietà ad una famiglia nobile di Ceneda (parte meridionale di Vittorio Veneto, un tempo divisa), «nel 1860 una persona appartenente ai Bastanza sposa un Bottoli, così dal 1865 nei documenti si inserisce il nome». Un anno dopo la città viene riunita dal re Vittorio Emanuele II (da qui il nuovo nome della cittadina).

Nel 1875 il follo diventa un mulino per grano. La grande ruota idraulica, alimentata da secoli dal vigoroso fiume Meschio, «garantiva l’attività di un mulino a tre macine, il più grande del Paese che ha continuato la sua attività fino agli anni ’50 del ‘900». Nel 1990 Roberto Bottoli riacquisisce l’antico mulino attiguo allo stabilimento. «Il tetto stava per crollare ed era in stato di rischio anche se la parte molitoria era ancora funzionante. Abbiamo lavorato per dieci anni con passione e dedizione per recuperare il più possibile l’autenticità dello spazio», sottolinea Bottoli. I muri sono stati rigenerati con della calce inserendo nelle intercapedini lana invece che nylon. I pavimenti con legno di rovere sono rimasti, così come gli scalini consumati dal passaggio dei pesanti sacchi di grano che il mugnaio trasportava. «Sulle pareti abbiamo lasciato anche l’agenda di lavoro centenaria del mulino, scritta a matita».

La struttura del mulino, disposto su tre piani

Prima la lana, poi il grano. Il Mulino è parte della tradizione di Vittorio Veneto e del Lanificio Bottoli, che si sviluppa proprio a pochi passi. Dentro alle stanze dal sapore antico, che tramandano un saper fare autentico, si trova l’archivio dell’opificio. Un’atmosfera che accoglie stilisti ed esperti di moda alla ricerca di ispirazione. «Recentemente siamo stati onorati dalla visita di stilisti di fama internazionale», racconta Ettore Bottoli, figlio di Roberto. «È come un pellegrinaggio per trovare l’ispirazione. Nell’archivio non c’è niente di nuovo ma la moda è ciclica. Si parte da un progetto passato e lo si attualizza aggiungendo un dettaglio». Con la stessa passione che si respira dentro al vecchio mulino.