La storia di Raffaele Antonelli ha il sapore di Napoli e il fascino del Teatro San Carlo. «Sono nato in piazzetta Matilde Serao, quartiere San Ferdinando-Chiaia», racconta Lello Antonelli, così come lo chiamano tutti. Un destino, quello del sarto, intrecciato con ago e filo alla tradizione della città in cui vive.

La sartoria inizialmente è una necessità per la famiglia Antonelli: «Mamma fu costretta a rimboccarsi le maniche dopo la morte di mio padre», lei era una validissima sarta con quattro figli da sfamare. Tutti i fratelli andarono in collegio per diversi anni finché raggiunta l’età per lavorare, tornarono a casa. «Io andai come apprendista presso il maestro Fortunato Salviati, titolare della sartoria Galleria Umberto I di Napoli», spiega Antonelli, «avevo 12 anni e iniziai a tenere il ditale al dito medio».

La scuola al mattino e la sartoria al pomeriggio, un compenso di 2500 lire alla settimana. L’urgenza si trasforma in passione, «il mio maestro mi ripeteva sempre che il sarto non finisce mai di imparare». A diciott’anni il primo capo: la giacca di sartoria napoletana. Poi gilet, pantaloni, giacche soprabiti, impermeabili e cappotti. Una gavetta che continua per sedici anni tra le migliori botteghe sartoriali della città partenopea come quelle in via Chiaia, via Toledo e di Antonio Cianniello al Vomero. Nel 1980 l’apertura del primo laboratorio in proprio, dopo qualche fatica, l’arrivo di un signore distino e l’ordine di un pantalone su misura. Una sfida che Antonelli accoglie con piacere e rappresenta un nuovo inizio.

«Dalla giacca al tight, dal frak allo smoking, cappotti, pantaloni, gilet, tutto l’universo sartoriale passò sotto alle mie forbici», racconta. L’atelier di oggi si trova in via dei Mille dentro a Palazzo Leonetti, un gioiello del liberty che ospita anche la sede del Consolato Britannico e del Consolato Spagnolo. Basta prendere l’ascensore per essere catapultati dentro al paradiso di Lello Antonelli. Soffitti alti, luce naturale diffusa sui tavoli e l’accoglienza di casa. Ogni dettaglio è matrice di una cultura sartoriale del bello e del ben fatto e di una tradizione legata all’artigianato napoletano. «Per fare un abito occorre tempo e per farlo bene occorre più tempo», è il suo mantra.

Per questo nel 2022 Raffaele Antonelli vince il premio “Forbici d’oro” per aver confezionato l’abito più elegante mentre nel 2004 viene nominato membro dell’Accademia Nazionale dei Sartori per la Campagna. Riconoscimenti che dimostrano gli effetti di una passione vocata all’eleganza.

La differenza tra sarto e pittore spiegata in napoletano, incorniciata dentro la sartoria:

“Ognuno se po’ mettere mmano pennielli e culure ‘nquacchia na tela e se fa chiammà pittore. O sarto no, primma adda tenè ‘a passione, adda fa à scola cu nu sarto bbuono, cu nu masto, nzomma, po’ chianu chiano cu l’ago e co’cuttone primma s’mpara a mettere nu buttone, po’ a passà e ntrillante po’ s’mpara a fa na piega a nu cazone, po’ s’mpara a taglià: e ccà se deve si esce nu maneco bbuono. […] O sarto, cu ddoje mesure te sape mettere n’cuollo nu capulavoro. Te fa parè nat’ommo, cchiu elegante, n’ommo e cunseguenza.”