La Fondazione Cologni dei Mestieri D’arte nasce nel 1995 grazie al desiderio di un uomo innamorato dell’eccellente artigianato del suo Paese. Il dottor Franco Cologni, unico italiano a diventare Presidente di Cartier Mondo e cultore dell’arte e della letteratura, capisce i fattori alla base di un bene di lusso: il saper fare e il saper creare. Da qui l’obiettivo di promuovere e fertilizzare attraverso la Fondazione il grande patrimonio artistico e artigianale che identifica l’Italia.

Franco Cologni, Presidente e fondatore della Fondazione

«Il dottor Cologni ha sempre amato lavorare a fianco degli artigiani. Quando era ragazzo lavorava in un quotidiano – che si chiamava L’Italia, a Milano. La parte che ricorda con più interesse è quella di andare ad assistere alla composizione della pagina dove tipografi espertissimi utilizzavano i macchinari e durante la composizione dei titoli gli dicevano: “Meno dottori e più lavoratori”, perché lui era già laureato. Il lavoro artigianale deve essere considerato e valorizzato come un vantaggio davvero straordinario per il nostro Paese», racconta Alberto Cavalli, direttore della Fondazione Cologni dal 2007.

La Fondazione si dedica a diversi progetti, dall’attività editoriale (ricerca e pubblicazione di opere scientifiche che presentano i risultati degli studi del centro di ricerca “Arti e Mestieri” e la collana editoriale “Mestieri d’Arte”), al sostegno dei giovani attraverso tirocini formativi fino ad eventi espositivi e all’assegnazione del titolo “Maestro D’Arte e Mestiere” (MAM). Un riconoscimento che la Fondazione assegna ai più importanti artigiani italiani ogni due anni.

Che cosa vuol dire oggi “Maestro D’Arte”? «Il vero maestro è un artigiano in grado di tradurre e trasformare sempre consapevolmente i materiali. Il vero maestro è colui che è sempre consapevole dell’importanza del processo creativo e trasformativo, non è mai un semplice esecutore: è qualcuno che sa fare. La perfetta maestria, la destrezza, l’abilità manuale ma anche la cultura e il sapere sono fondamentali. Il vero maestro è quello che insegna e che ci tiene affinché questo tesoro non venga perduto. Oggi essere un artigiano significa essere un interprete dell’eccellenza e della bellezza del nostro Paese».

Che significato hanno le parole Made in Italy per la moda? «Made in Italy non è solo un’indicazione geografica che ci racconta come un determinato prodotto sia stato fatto dentro i nostri confini. Made in Italy è un significato valoriale, dietro a questa formula ci sono i nostri territori e l’eccellenza di un saper fare che non può essere “esportato”. Un abito made in Italy è erede della tradizione sartoriale, è erede di Isabella D’Este i cui abiti costavano come due galee messe in acqua. Nel nostro Paese vestirsi è sempre stata anche una forma d’arte e una forma di espressione. Quindi Made in Italy significa fatto con arte, fatto con cura. Fatto per regalare piacere a chi quel capo lo indosserà e a chi quel capo lo realizza».

Dai plissettatori, ai sarti, ai ricamatori come Pino Grasso. Gli artigiani vivono del dialogo costruttivo che nasce tra loro e i creativi delle grandi case di moda. Il loro saper fare riflette il Dna di ogni maison in maniera significativa e lo traduce in un prodotto unico ed etico. «Non possiamo considerare come eccellenza un prodotto che dietro ha una storia dell’orrore».

L’artigianato è un bene prezioso che richiede tempo, pazienza e precisione. Elementi difficili da rintracciare nella stressata produzione di massa a cui purtroppo, siamo abituati. Gli ultimi tempi hanno imposto un rallentamento nel settore della moda, del fatto a mano e dell’arte. Questo potrebbe dare un nuovo slancio anche al settore dell’artigianato, per questo la Fondazione ha anche presentato un appello ai tre ministeri competenti: Sviluppo Economico, Lavoro e Beni Culturali affinché si possano immaginare misure emergenziali di sostegno e lavoro per il mondo dei mestieri d’arte.

Cercare la sensibilità e la cura di un artigiano oggi non è più un’impresa impossibile. Attraverso la piattaforma online “Wellmade” della Fondazione, è possibile scoprire i migliori artigiani in Italia, conoscere il loro lavoro e recensire i loro prodotti. Dal liutaio al mosaico e all’oreficeria, il panorama dell’expertise italiana è ampio.

Come li selezionate? «È molto difficile trovarli e decodificare il nostro desiderio. Viviamo in un mondo molto omologato, di fronte a questo orrore del tutto uguale del: one size fits all. Noi invece vogliamo sottolineare il valore della bellezza e della differenza, del “su misura”. Vogliamo aiutare le persone a decodificare il gusto, i loro desideri e ricordare loro che il cliente non è un consumatore ma è un committente che ha la possibilità di mettersi in dialogo con l’artigiano per fare in modo che il prodotto finale riverberi anche il suo gusto, la sua identità. La diversità e la varietà sono valori importanti. I mestieri d’arte ci aiutano a capire che non siamo pedine sullo scacchiere del consumo ma che siamo i protagonisti di un processo produttivo, creativo che ci permette anche di scoprire tecniche nuove, possibilità che altrimenti ci rimarrebbero precluse. È bello potersi esprimere, noi che non siamo artigiani e non abbiamo talento ci possiamo esprimere ed arrivare ad avere di nuovo prodotti che parlino di noi».

Nel 2014 la Fondazione ha pubblicato un volume: “Il valore del mestiere” che presenta gli undici criteri dell’eccellenza. Autenticità, savoir faire, formazione, talento, territorialità. Quando si ricerca l’eccellenza bisogna essere sicuri che questi criteri siano sempre espressi e presenti, anche se magari in percentuali diverse. «Abbiamo calibrato questi criteri sui grandi maestri e li abbiamo sistematizzati per offrire ai giovani un percorso. Il messaggio è chiaro: se tu vuoi diventare come un maestro ecco il percorso che dovresti fare. Abbiamo sempre una finalità educativa e non esclusiva», spiega il Dottor Cavalli. “Una Scuola, Un lavoro. Percorsi di eccellenza” è un altro progetto sostenuto dalla Fondazione nell’ambito del quale ogni anno si finanziano progetti formativi per giovani artigiani. «È importante sostenere questa nuova generazione affinché riverberi il vantaggio competitivo del made in Italy. Sulla grande produzione senz’anima noi non siamo competitivi con nessuno, sulla creazione di oggetti meravigliosi che facciano sognare il mondo non c’è nessun Paese come l’Italia».

Ci sono dei mestieri d’arte che erano scomparsi e che negli ultimi anni hanno rivisto una ripartenza? «Noto una certa attenzione nel confronto di tecniche che erano sottotono. Ad esempio, con il progetto “Doppia Firma” nel quale mettiamo in contatto designer internazionali e artigiani, vedo che molte tecniche che non erano nel radar del design contemporaneo sono state rimesse in circolo. Incasso in pietre dure, merletto, certe antiche lavorazioni del vetro. Quando la cultura contemporanea del progetto tocca e fertilizza queste realtà scaturisce una scintilla che è importante. Noi aiutiamo a ritrovare un gusto per le cose belle, che non devono essere la copia di quello che è stato ma interpretare il desiderio contemporaneo. Per fortuna, il desiderio del bello, ce lo abbiamo tutti».